Come abbiamo vissuto e stiamo vivendo all’epoca del Coronavirus

Stiamo attraversando uno di quei periodi storici che ciclicamente, nella storia dell’umanità, si presentano sovvertendo il nostro vivere.

Questi eventi mettono in evidenza quello che di fatto è la nostra condizione umana e cioè che la nostra vita è fragile, che la vita è un rischio.

La pandemia non crea una situazione nuova, semplicemente aggrava la condizione umana permanente in modo tale che non possiamo più ignorarla.

Si assiste al crollo dell’illusione, tipicamente occidentale, della pretesa di poter aver tutto sotto controllo e che le cose vadano come vogliamo noi . E’ un crollo salutare che può ridimensionare il nostro Ego e vedere ciò che davvero è essenziale per noi. Ci vuole umiltà e apertura flessibilità .

Stiamo facendo i conti con ciò che la nostra società continuamente rimuove, rifiuta, nega : il senso del limite, la malattia, la morte, l’incertezza, l’impotenza, l’impermanenza e ritorno dell’importanza della dimensione collettiva .

Siamo chiamati a navigare a vista ancora per molto tempo, per molti di noi in un mare in tempesta.

Come ogni crisi siamo di fronte a noi stessi con le nostre fragilità e vulnerabilità ma anche con il riconoscimento delle nostre risorse.

Le crisi non sono mai indolori, ed ognuno esperisce ed elabora in maniera diversa la sofferenza sia in termini di modi, tempi ed intensità.

Seppur in modo del tutto soggettivo, sembrano esserci delle risposte comuni al dolore e al pericolo, che universalmente ci accomunano. (Elisabeth Kübler-Ross, David Kessler,2005)

Queste sono: la negazione, la rabbia, la negoziazione, la disperazione, l’accettazione e l’attribuzione di senso.

Lo stesso processo vale anche per situazioni di malattia, perdite importanti e lutto. Quest’ultimo, all’ epoca del coronavirus, espongono i superstiti ad un elevato rischio di complicazione in particolar modo per l’assenza di ritualità e dei modi in cui questi decessi sono avvenuti.

Alcuni dei contenuti di questo tipo di lutto potrebbero essere molto simili a quelli del Trauma e del Disturbo post traumatico da stress con sintomi molto invalidanti e pervasivi sul piano del funzionamento individuale.

Il trauma può rappresentare una lesione e una ferita che necessita di essere rimarginata o qualcosa che può, come una spugna, agire sul passato e dargli nuova vita, rinnovando priorità e conferendo nuovi significati.

Ogni cultura esprime proprie particolari concezioni di salute e malattia, normalità e anormalità, cura e guarigione.

Il concetto di trauma vale nella cultura che lo produce. Ogni cultura definisce cosa sia “trauma” e come farvi fronte.

Si è osservato come l’emergenza Covid-19 è quasi ovunque trattata con un linguaggio bellico: si parla di trincea negli ospedali,di medici eroi, di fronte del virus, di economia di guerra…..

Specie in tempi difficili, dovremmo sforzarci di usare parole esatte e di chiamare le cose con il loro nome.

Le parole che scegliamo per nominare e descrivere i fenomeni possono aiutarci a capirli meglio.

Il linguaggio non è mai neutro perché attraverso di esso costruiamo la realtà, il nostro sentire e quindi il nostro agire.

La pandemia non è una guerra ed è pericoloso pensare che lo sia perché in questa cornice si ragiona e si investe molto più secondo logiche nazionalistiche e di conflitto che di prevenzione e cura.

Questa non è una guerra perché non c’è, in senso proprio, un “nemico”. Il virus non ci odia. Non sa neanche che esistiamo. In realtà, non sa niente né di noi, né di sé. È un’entità biologica parassita .

La vera cura è complessa e tiene conto della diversità e di tutti i livelli di cui composta.

L’arrivo del virus COVID19 ci può porre interrogativi esistenziali ; in particolare su cosa è vivere, che cosa è sopravvivere, e come questo è in rapporto con le scelte che facciamo per tutelare la nostra salute .

Invita tutti a riflettere su quali sono i valori, bisogni, desideri che orientano la propria vita , e in base ai quali operiamo le scelte in una società sempre più tecnologica e medicalizzata.

Cristina Pellegrini e Francesca Viscardi

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